Lo sviluppo

La Torino degli ultimi decenni è profondamente cambiata: da company town, figlia dello sviluppo industriale del Novecento, si è trasformata in una città dei servizi senza però perdere la vocazione industriale che, con il suo indotto, continua a essere il motore economico.

Le trasformazioni urbanistiche sono sotto gli occhi di tutti. Sono iniziate con il piano regolatore del 1995, che ha definito le linee guida di sviluppo territoriale e sociale della città, e sono passate attraverso l’evento olimpico, di cui quest’anno cade il decennale. In quel frangente si fece una scelta non scontata: si decise di non creare un vero e proprio “parco olimpico”, ma interventi puntuali in più punti della città. Questo permise la riqualificazione del territorio con più tasselli e non creò una cattedrale nel deserto di difficile gestione futura.

Quello spirito è stato ripreso in più fasi dello sviluppo della città, dove a interventi di indubbia grandezza e importanza, si sono accompagnate ricuciture di piccole porzioni.

Oggi occorre ripensare un’idea di città, non in antitesi con il buon lavoro svolto, fatto di molti successi e qualche insuccesso, ma pensando a una Torino al centro dell’area metropolitana, con linee guida anticipate dal terzo piano strategico presentato nel 2015.

Un città che deve ripensare ai vuoti urbani, a quei piccoli spazi che non sono riusciti a trasformarsi in una fase di sviluppo immobiliare sicuramente più favorevole a quella attuale.

Non possono essere utilizzate stesse regole e stessi parametri dove la rendita fondiaria ha evidenti differenze, come non si può pensare allo sviluppo urbanistico pensandolo con i confini amministrativi dei singoli comuni. La revisione del piano, o un nuovo piano regolatore, dovrà mettere al centro la nuova architettura istituzionale della città metropolitana, dove gli assi urbani si trasformano in assi metropolitani, e dove la periferia sono i comuni più distanti.

Un nuovo piano regolatore dovrà pensare che gli standard pubblici non sono solo più quelli tradizionali, ma devono includere anche infrastrutture come la rete internet, che ha nella società del nuovo millennio la stessa importanza di una strada o di un parcheggio.

È necessario pensare che la produzione avviene attraverso le economie tradizionali che dialogano con le nuove economie, che hanno bisogno di spazi profondamente diversi rispetto a quelli immaginati nel secolo scorso.

Le politiche di area vasta divengono quindi centrali in un contesto dove il raffronto non è con il comune o la città limitrofa, ma con aree metropolitane europee delle stesse dimensioni. Questa macrovisione deve partire però sempre dal micro, e avere come base l’uniformità di servizi. L’accesso alla rete dei trasporti, alla rete digitale, ai servizi culturali legati al territorio, deve essere capillare, uguale e di conseguenza democratica, perché non vi sia uno sviluppo disomogeneo di un territorio. Questo non vuol dire ovviamente che ogni singola porzione di territorio debba avere vocazioni uguali a quella limitrofa, ma si devono creare gli strumenti affinchè le singole specificità abbiano le stesse possibilità di crescita.

Quando parliamo di sviluppo, però, pensiamo anche allo sviluppo delle persone, individuale, interiore e solo di conseguenza sociologico ed economico, per riflesso. Passare dall’individuo, con i suoi interessi, le sue passioni e le sue competenze, per pensare di dare forza al concetto di sviluppo.

Come si può fare tutto questo in una città?

  • Valorizzando le passioni e gli interessi dei cittadini: potenziando i luoghi di aggregazione, le case del quartiere, i poli culturali, i centri di protagonismo giovanile e in generale l’innovazione sociale
  • Favorendo la sharing economy e la cross fertilization: cohousing, coworking, la condivisione in genere dei mezzi, rappresentano opportunità economiche per il futuro di una città piuttosto che una minaccia. Un’economia condivisa in cui il centro di potere è nelle mani dei cittadini
  • Aiutando i giovani a fare impresa: il 10% del PIL americano è creato da aziende che 10 anni fa non esistevano
  • Favorendo le politiche di integrazione: aprirsi al mondo e chiudersi su stessi in una società moderna è un paradosso che va evitato. La diversità è un valore
  • Snellendo la burocrazia e favorendo la trasparenza: la burocrazia è spesso una zavorra per il pieno sviluppo dell’individuo e delle sue competenze, ma prima ancora è fondamentale per mantenere una regolamentazione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione. È quindi importante snellire i processi burocratici per favorire le iniziative dei cittadini e delle associazioni