CASA E RETI DI WELFARE

Con la crisi economica dovuta alla pandemia la situazione di coloro che già vivono in condizioni di instabilità economica peggiorerà. Queste famiglie andranno a ingrossare le fila della domanda di casa pubblica che già oggi, per l’area metropolitana torinese, conta ben 17.196 domande insoddisfatte di casa (fonte: Osservatorio sul fabbisogno abitativo della Città Metropolitana di Torino). Occorrerà dunque prima di tutto continuare a incrementare il patrimonio di edilizia pubblica per dare risposta alle sempre più numerose famiglie in emergenza abitativa.

Ma è fondamentale anche prendersi cura di coloro che già risiedono nel patrimonio pubblico e della qualità delle loro vite, promuovendo forme di innovazione sociale in grado di generare empowerment dei territori e delle comunità che li abitano. I contesti fragili possono diventare luoghi privilegiati dove sperimentare temi di mediazione e innovazione sociale, dove intercettare i nuovi bisogni in grado di promuovere imprenditorialità sociale, sostenibilità, conoscenza. In quest’ottica i servizi sociali pubblici, la cooperazione sociale, il volontariato, le imprese possono diventare una rete aiutando il cittadino/inquilino a diventare protagonista di quell’assistenza che riceve in un percorso di progressiva autonomia, uscendo dalla dimensione passiva e assistenziale dell’aiuto pubblico. 

Se l’abitare sociale è elemento importante e trasversale di attenzione di ogni processo di inclusione, diventa imprescindibile iniziare a orientarsi a modelli misti che siano in grado offrire risposte abitative declinate sulle reali esigenze sociali degli individui per poter garantire il giusto mix sociale all’interno dei quartieri di edilizia pubblica, creando così un equilibrio generazionale e sociale della popolazione che li abita. 

Uno strumento che già esiste e va potenziato è quello dei nuovi modelli di social housing delle coabitazioni giovanili solidali e del portierato sociale.

L’esperienza delle coabitazioni solidali è attiva a Torino da oltre un decennio e integrata addirittura nella legge regionale che disciplina l’edilizia sociale. Promuove lo sviluppo di comunità e di reti solidali nel quartiere attraverso le attività di giovani volontari che, andando a vivere in un appartamento all’interno del complesso, svolgono 10 ore settimanali di volontariato a favore degli inquilini. A Torino oggi sono 7, attive anche grazie al sostegno del programma Abitare tra casa e territorio della Compagnia di San Paolo. Le esperienze di cohousing potrebbero anche interessare singoli nuclei, affiancando le necessità di persone anziane sole che vivono in appartamenti di grandi dimensioni, alle prese con spese elevate e una progressiva perdita di autonomia, con il desiderio di giovani studenti di trovare una sistemazione abitativa in autonomia a costi contenuti.

La solitudine e il bisogno di aiuto per piccole necessità quotidiane possono essere contrastati anche con l’aiuto di portinerie sociali, che affianchino alle tradizionali attività di pulizia e ritiro della corrispondenza attività di sostegno alle famiglie (doposcuola, aiuto con la compilazione del curriculum o lo Spid) e mediazione sociale. Con un cofinanziamento da parte dei residenti o l’aiuto del terzo settore, nei quartieri con una percentuale elevata di popolazione anziana possono essere attivati progetti come la badante di condominio, una sola badante all’interno di un condominio, che suddivide le ore di lavoro tra più famiglie, parcellizzando il contratto domestico di colf e badante in quote, o l’infermiera di comunità, che garantisca un presidio sanitario e di monitoraggio accessibile e costante.

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