Torino, città laboratorio di curiosità e futuro

Quando parliamo di “Cultura” a Torino parliamo della storia della città, e della storia del Paese, e parliamo di un insieme che ha coinvolto industriali, progettisti, politici, scrittori, attori, musicisti. Parliamo di cultura industriale, parliamo di designer, di modelli organizzativi come quello olivettiano, di architetti come Carlo Mollino, di intellettuali come Norberto Bobbio, Cesare Pavese, e attraverso la presenza in città di editori e veri e propri laboratori culturali e politici di tutta la cerchia intellettuale italiana degli anni Sessanta e Settanta. E parliamo di innovazione, laboratori di ricerca e del credito internazionale di una città che si è autodefinita “laboratorio” celebrando così, forse in modo inconsapevole, una vocazione alla curiosità e al futuro.

Parliamo, insomma, di quello che oggi è modernamente la cultura nei Paesi avanzati, parliamo di un humus nel quale formare la convivenza civile.
Oggi parlare di cultura a Torino significa spesso parlare di Eventi. Grandi o piccoli, circoscritti o diffusi. Parliamo di uno spicchio, piccolo in fondo, della parola “Cultura”, definibile come “Intrattenimento” e in termini di competenza, legato più al turismo; oppure di una richiesta di diffusività di prodotti culturali che alcuni operatori chiedono venga finanziata dalle esangui casse pubbliche.
“Cultura” non è velleità, cultura non è (solo) intrattenimento, cultura non è un comparto. Cultura è l’ambiente in cui si vive, cultura è la capacità di scegliere e dotarsi di un sistema sociale, cultura è lavoro, cultura è impresa. In una parola, la cultura è l’identità di un luogo, e quindi il suo futuro.
L’amministrazione deve essere un garante che permette alle cittadine e ai cittadini di Torino di costruire il proprio futuro attorno alle proprie idee di “Cultura”, superando la contrapposizione tra chi riesce a ottenere finanziamenti per i Grandi Eventi e chi no, ma soprattutto superando gli steccati di una struttura amministrativa nata in un periodo storico diverso che deve essere necessariamente ammodernata.
Ambiente, sostenibilità, riuso, la risposta alla crisi socio-economica sono terreni di azione comune che legano le ambizioni della città e quelle dell’amministrazione. Una Torino che crea le condizioni per generare universi creativi, comunità in cui le idee nascono, crescono, accelerano e si realizzano. Una Torino del “laboratorio”, dove la “Cultura” diventa il metodo che permette di tornare a costruire cose.
È innegabile che Torino, a partire dal Piano Strategico, abbia posto un’attenzione alla “Cultura” in termini più strutturali rispetto al passato. La crescita del comparto culturale, però, non può limitarsi a una valorizzazione dell’esistente, ma deve aprirsi a quello che ancora non c’è, e renderlo realizzabile. “Cultura” oggi è sinonimo di innovazione. I nuovi modelli operativi del design, una volta industriale, sono le interfacce software, la moderna ricerca sociale passa per lo studio della biologia e dei dati, la migliore industria attraverso la miglior formazione.
Se vogliamo recuperare il valore storico – e reale – della parola “Cultura”, che a Torino è stato concretezza (una concretezza di cui si è giovato l’intero Paese), dobbiamo fare in modo che anche a livello amministrativo gli Assessorati si parlino e facciano dialogare le loro linee di azione, e i loro conti. Gli Assessorati, con le loro diverse competenze e liquidità, devono aiutare questo processo lavorando insieme, procacciando, con una sana azione politica che li veda uniti, anche nuovi fondi attraverso linee di proposta che rendano la Città di Torino una città che è al 10% una città di studenti, una città che ha un credito formativo da spendere e che ha una soglia di abitabilità a basso livello economico e ad alta qualità di servizi e vivibilità, attraente per investimenti, aziende, formazione.
L’amministrazione deve essere il garante che permette alle cittadine e ai cittadini di Torino di costruire il proprio futuro, non un bancomat impegnato solo all’erogazione di fondi. Superiamo la contrapposizione tra chi riesce a ottenere finanziamenti per i Grandi Eventi e chi no e usiamo i Grandi Eventi come un volano per costruire, finalmente, qualcosa. Paradossalmente, ci vogliono più Grandi Eventi, ma solo se questi sono la fine (o l’inizio) di un percorso, la punta di un iceberg, non un soufflé, che si sgonfia subito dopo.
L’amministrazione dovrà creare le condizioni, con incentivi fiscali, con facilitazioni logistiche, con l’implementazione dei servizi, per permettere ai tanti che vogliono “fare Cultura” di costruirsi una professionalità, un ruolo e, con questo, costruire la nuova voce della città. Makers, innovatori, startupper, giovani creativi, musicisti, attori e registi, scrittori: il grande sottobosco che agita Torino ma non riesce a emergere deve avere le possibilità di poter costruire, di poter rischiare, di poter essere.
“Cultura” è sviluppo, impresa, creazione. È un modello di città. La visione della Torino nei prossimi vent’anni.